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La svolta di Fatah di Antonio Ferrari
E' un silenzio assordante e significativo. Un silenzio forse strano, certamente inatteso, quello della Cisgiordania dei palestinesi moderati, che desiderano laicamente un'esistenza più dignitosa. Non perché a Ramallah, a Nablus o a Betlemme il cuore non sanguini per le immagini dei civili uccisi e dei feriti, ostaggi di Hamas e bombardati da Israele. Ma perché la gente, nella Cisgiordania che vuol vivere in pace, ha capito che l'unica alternativa è accettare realisticamente l'inevitabile compromesso necessario per risolvere un conflitto tra due diritti: quello di Israele ad essere riconosciuto entro frontiere sicure, senza missili che cadano sulla sua testa, e quello dei palestinesi ad avere il loro Stato. Diciamolo subito. E' un mutamento antropologico e, insieme, intriso di buon senso. Che va oltre le ambizioni del presidente dell'Anp Abu Mazen, fiero sostenitore del dialogo; e che va ben oltre il risentimento del laico Fatah nei confronti del fratello integralista, che non ha esitato ad agire con feroce violenza per neutralizzarlo. E' un mutamento che coinvolge il diffuso sentire di un popolo più maturo, consapevole dei rapporti di forza, degli equilibri internazionali, del desiderio di poter vivere senza essere vittima dell'appartenenza islamica, della coercizione, della paura e del fanatismo. E' stato indubbiamente un grave errore puntare sulle ultime elezioni politiche, nella speranza che gli uomini del Fatah potessero vincerle. Vien da sorridere per le paradossali ingenuità dei palestinesi laici, che in molte circoscrizioni presentarono tre candidati contro quello solitario di Hamas, pur sapendo che uno soltanto sarebbe stato eletto. Era sincero Abu Mazen quando diceva amaramente, anche a noi, che con un po' più di scaltrezza, il risultato sarebbe stato diverso. Verissimo, perché la maggioranza dei palestinesi, che tanto hanno imparato dalla democrazia israeliana, mai si sarebbero piegati alle regole dei bacchettoni estremisti di Hamas, pronti a sacrificare tutto, per conto proprio o per conto terzi, all'appartenenza religiosa e a strategie che non erano nell'interesse del loro popolo. Se si vuole, è questa la novità più dirompente che affiora dalle macerie di Gaza, e che Abu Mazen, pur costretto a ricorrere in pubblico a formule verbali ambigue, ha saputo cogliere. Nel suo pensiero moderato e profondamente laico ormai si identificano gli arabi palestinesi della Cisgiordania, che hanno imparato sulla propria pelle le lezioni della storia. Penso agli impiegati, ai commercianti, agli artigiani che, in un conflitto così delicato e particolare, non hanno mai rinunciato a cercare un accordo con quello che una sterile e pericolosa propaganda descrive come il nemico. Se così non fosse, la Cisgiordania sarebbe in fiamme, pronta a sostenere le pulsioni e le sfide di una «terza intifada», probabilmente suicida ben più della «seconda». Cioè la seconda intifada condotta dall'ormai logoro Arafat. Ma non è soltanto dal mondo palestinese che giunge la novità. L'onda del realismo si allunga all'Egitto di Mubarak, stanco di Hamas dopo aver cercato ostinatamente di convincerlo alla ragionevolezza, e timoroso che il contagio possa riaccendere la rivolta della Jama'a Islamiya, l'ala più estrema del fanatismo egiziano. E si allunga anche alla Giordania del saggio re Abdallah, che, pur guidando un popolo che per la sua maggioranza è di origine palestinese, non ha mai ascoltato le sirene del furore islamico. Ecco perché, dalle ceneri di una guerra onestamente inevitabile, può scaturire davvero una nuova speranza. 09 gennaio 2009 |
Fatah sta dalla nostra (come al solito)
di Antonio Ferrari traduzione a cura di questo blog
Quasi non ci speravo, che stessero messi così male. Guarda, pensavo sinceramente che si sarebbero incazzati un po' di più, i golpisti per conto terzi (cioè nostro) della Cisgiordania (la popolazione veramente ci ha provato, a manifestare, ma la polizia di Abu Mazen gli ha sparato contro. Questo però non lo dico). Cioè, sicuramente in privato rosicano parecchio, che gli stiamo facendo fuori tanti connazionali e parenti, però se ne stanno buoni. Questo è perché si cagano addosso, quei selvaggi innocui e un po' vigliacchi. Hanno capito che contro di noi non hanno speranze, e che devono accettare la logica conseguenza dell'ordine delle cose: Israele dev'essere uno stato potente e armatissimo, con frontiere sicure (ma non certe, perché non vi dico quali debbano essere: indovinate!), e loro devono vivere come gli indiani nelle riserve. Peccato solo che la loro stupida religione non gli permetta di bere alcol, altrimenti li finivamo col whisky come a quegli altri. Diciamolo subito: è una nostra vittoria schiacciante. Non è solo che Abu Mazen è ormai un aperto collaborazionista, e nemmeno che ce l'hanno con Hamas perché a Gaza il golpe non gli è riuscito. E' proprio che hanno capito, finalmente, che loro sono deboli e noi siamo più forti e possiamo schiacciarli quando ci pare, e che è quindi inutile perder tempo con le loro tradizionali stronzate tipo la resistenza e l'Islam. Certo, se avessimo saputo che Hamas avrebbe vinto le politiche, col cazzo che gliele lasciavamo tenere. Ma il fatto è che i palestinesi addomesticabili, per quanto non siano esaltati e cannibali, sono pur sempre selvaggi, che --nonostante il rifulgente esempio israeliano-- della democrazia occidentale ci hanno capito poco: e così si sono messi a presentare diciotto candidati per volta disperdendo i voti, poveri cretini, sennò Hamas mica vinceva. Solo per questo ha vinto, giuro: per il resto, Hamas sta ampiamente sulle palle alla stragrande maggioranza dei palestinesi. Dico davvero. Ce l'ha assicurato anche l'amico Abu Mazen, che lui i selvaggi arabi li conosce bene.
Per questo non fanno l'Intifada: hanno perso la prima, hanno perso la seconda, dopo un po' imparano, come i topolini con le scosse elettriche. Ma non solo loro. Pure gli egiziani, a cui anche diamo un sacco di soldi, hanno scaricato Hamas, anche perché pure loro ci hanno nel loro paese analoghi gruppetti estremisti che tutti odiano ma c'è sempre il rischio che si presentano alle elezioni, fanno qualche trucchetto a scapito dei selvaggi buoni, e vincono pure loro. (evitiamo di menzionare le manifestazioni svoltesi anche lì, in cui peraltro la polizia si è limitata agli arresti e ai manganelli). Pure il governo giordano, come al solito, collabora. Insomma non solo abbiamo dalla nostra i regimi arabi corrotti, ma pare che abbiamo dalla nostra anche buona parte dei palestinesi, cioè quelli che fanno come diciamo noi in modo che li possiamo graziosamente lasciare in vita: come vedete, stiamo vincendo su tutta la linea, il che dimostra che radere al suolo Gaza è stata un'idea fantastica. Forse dovremmo farlo più spesso.
09 gennaio 2009 |
